Sulla collina di Ilaria Ferramosca e Mauro Gulma

sulla collina

Non c’è storia più bella di quella che vi sto raccontando e che unisce il talento, la maestria e la sensilità di due autori, Mauro Gulma ed Ilaria Ferramosca, che hanno saputo dar vita in maniera armonica e coinvolgente ad un graphic novel emozionante, Sulla collina, edito dalla casa editrice Tunuè e che fa parte della collana Tipitondi.

Alla base della trama c’è l’amicizia fra ragazzi che decidono di riunirsi in un bosco e di andare a svelare le radici di un mistero, pauroso come la notte, che affligge gli abitanti del posto e che avvolge i loro racconti fatti di storie horror e di voci che provengono da una radio che intona dei motivetti agghiaccianti.

Porteranno alla luce questo mistero?

Si rivedranno molti anni dopo portandosi dietro vittorie e sconfitte di un’epoca definibile come epoca della maturità che non li vede più ragazzini, ma uomini adulti che il sentimento puro dell’amicizia ha saputo tenere uniti.

Con un sapore malinconico, quasi nostalgico per le storie narrate nei mitici anni ’80-’90 che tutti noi sicuramente ricorderemo, Sulla collina incanta per la grafica, i colori brillanti e per la trama descritta che ci riporta indietro, forse a quando eravamo piccoli, insegnandoci che il gap, che ha messo distanze fra questi cari amici, nulla ha potuto contro la forza disarmante dell’amicizia in una storia che commuoverà di certo i lettori come ha commosso me.

Ringrazio dal cuore Ilaria e Mauro, due persone incredibili, che mi hanno dato l’onore di poter essere da me intervistati.

Buona lettura!

Parliamo innanzitutto della grafica. Con quale tecnica è stata realizzata e su quali fasi si basa il procedimento?

I: Alle domande relative al processo grafico, potrà certamente rispondere Mauro Gulma in maniera più dettagliata. Da quel che so, in ogni caso, il procedimento è stato essenzialmente manuale, quindi tradizionale. Dagli studi dei personaggi, la loro caratterizzazione, le ambientazioni, la realizzazione delle tavole a matita e inchiostro, tutto è avvenuto manualmente. Nello specifico, per il character design dei protagonisti Mauro si è basato su una mia caratterizzazione scritta e il risultato, per me, è stato molto soddisfacente. I ragazzi sono proprio come li immaginavo. Per altri personaggi (quelli tratti dalla storia vera, per esempio) e per le ambientazioni, Mauro si è basato su alcune foto o ritagli di giornale che io gli ho fornito come documentazione. In alcuni casi, invece (le scene ambientate sulla collina, per esempio), siamo andati direttamente sul luogo a scattare delle foto. La colorazione, di contro, è avvenuta del tutto in digitale.

M: La tecnica che ho provato a utilizzare è quella del cartone animato (sfondi sullo stile pittorico mentre i personaggi che sono in movimento con tinte piatte), le fasi son queste: metà lavoro fatto tradizionalmente a partire dagli storyboard fino all’inchiostrazione per poi procedere con la colorazione digitale una volta scansionate e pulite le tavole dando i colori piatti (per questo ringrazio Luigi Quarta per la disponibilità che mi ha aiutato ad accellerare il lavoro dando la colorazione piatta su delle tavole) dopo di che si passa ad ombre e luci piatte e infine il tocco di vari effetti.

La scelta dei colori è basata sulle sensazioni che vuole suscitare una scena oppure vi sono dei criteri specifici che bisogna rispettare?

I: Di certo la colorazione dà la giusta atmosfera, per cui è strettamente correlata alle sensazioni che vuole indurre. La maggior parte della vicenda, tra l’altro, si svolge di notte, per cui non è stato possibile utilizzare tinte particolarmente accese e “diurne”. In questo, per esempio, sono state senz’altro utili le dritte del nostro collega e amico Andres Mossa (colorista per Marvel e Bonelli) che ci ha suggerito di lavorare molto sulla desaturazione e sul contrasto. Di grande supporto, inoltre, è stato Luigi Quarta, preziosa mano nelle tinte piatte, il che ha concesso a Mauro Gulma di dedicarsi maggiormente alle sfumature, all’effetto quasi pittorico degli sfondi, e al giusto equilibrio tra luci e ombre.

M: Per la scelta dei colori mi son basato più su sensazioni, creando le atmosfere giuste, per i notturni è stato facile, vivendo in zone di campagna mi è bastato uscire fuori e lasciarmi “trasportare” da profumi, suoni e da ciò che mi circonda, mentre nelle parti più “inquietanti” diciamo, essendo cresciuto a pane e horror mi è bastato attingere da quel tipo di influenze dando atmosfere cupe e pesanti, sperando appunto di aver dato quelle sensazioni al lettore, ad esempio nella parte in cui i poliziotti entrano nella casa della monaca.

La trama invece ricorda moltissimo le avvincenti storie che si leggevano negli anni ’90 intrise di mistero e fondate su valori solidi come quello dell’amicizia. Possiamo riscontrare al suo interno un mix fra tradizione e innovazione?

I: Sì, senz’altro. La trama parte proprio dalla “tradizione”, o meglio dal passato. Si basa fondamentalmente su miei ricordi e avventure che avrei voluto vivere da bambina sulla collina teatro delle vicende. Ho sempre ascoltato con curiosità e un po’ di timore le leggende che si narravano, miste alla reale storia reale del luogo (che è ricco di insediamenti archeologici e l’intera zona del Salento è cosparsa da ipogei e grotte, in cui i monaci basiliani seppellivano i loro tesori sacri). Sono sempre stata colpita, inoltre, dall’efferato episodio di cronaca presente tra le suggestioni dei protagonisti di “Sulla collina”, che è avvenuto nel mio paese e ha colpito l’immaginario di molti ragazzi. Sia coloro i quali erano all’epoca bambini e ne sono stati coinvolti direttamente, sia le generazioni del ventennio successivo, come la mia. Inoltre sono presenti numerosi elementi e dettagli relativi agli anni ’80, ma non per una semplice esigenza di ricostruzione. Erano i ricordi vividi della mia infanzia e adolescenza, per cui non mi è stato affatto difficile inserirli e disseminarli nella trama. Non sono citazioni, come alcuni ravvisano, ma memorie (i giochi che si facevano, la musica che si ascoltava, i film che si vedevano). Senza nulla togliere alle citazioni vere e proprie. Stephen King, per esempio, è stato per me un faro della narrativa horror, per cui non è stato difficile lasciarsene influenzare nella trama e omaggiarlo. Anche graficamente… ma in questo Mauro potrebbe svelare di più.

M: A questa domanda può rispondere in maniera più esaustiva Ilaria, per quel che mi riguarda, leggendo la sceneggiatura ho praticamente rivissuto l’adolescenza e i film dell’epoca quali i Goonies, Stand by me e Monster squad tra gli esempi.

A proposito di mistero. Secondo voi esso può rendere il racconto più accattivante e fungere da collante?

I: Credo che il mistero sia fondamentale in una storia come questa. Si basa proprio su delle ambiguità e intrecci che vengono palesati solo alla fine. Anticiparli significherebbe svelare troppo. E’ come una soffitta buia in cui le ombre terrorizzano e fanno temere presenze inquietanti, ma quando arriva il giorno, la luce rivela cosa proiettava quelle ombre e si smette di avere paura lasciando spazio alla razionalità.

M: Penso di sì, anche perché fino alla fine accompagna il lettore nell’arco della storia in un crescendo di eventi coinvolgendolo e magari rendendolo partecipe.

Quali temi fondamentali ritroviamo all’interno del libro?

I: L’amicizia è al primo posto. Poi, senz’altro, le fragilità dell’infanzia e dell’adolescenza e la voglia di sfidarle attraverso prove di coraggio o l’avventura. Poi c’è anche uno dei maggiori crucci dell’uomo adulto… ma non vorrei raccontarvi troppo. Se ciascuno di noi guarda dentro di sé sa già di cosa sto parlando, perché bene o male ognuno  prova “quel” certo timore, che riuscirebbe a sconfiggere vivendo maggiormente il presente e cogliendone ogni attimo con la stessa meraviglia che provava da bambino.

M: I temi principali toccati secondo me sono 3: Avventura, Horror e Thriller amalgamati perfettamente con gli archi temporali presenti nella storia per arrivare poi a ricongiungersi in un punto con finale a sorpresa che possa fungere da morale positiva fiabesca soprattutto ai lettori più grandi.

Spieghiamo a chi non lo conoscesse ancora cos’è un graphic novel?

I: Il graphic novel non è altro che un fumetto. Il termine “romanzo grafico” nasce dall’autore e fumettista statunitense Will Eisner, al quale stava un po’ stretto il concetto di “comics”: fumetti intesi nel senso americano del termine, fondamentalmente seriali e con storie suddivise in puntate brevi. Lui scriveva veri e propri romanzi conclusivi, per cui oggi il termine graphic novel indica una storia che ha un finale, come un romanzo tout court, pur se narrato attraverso il linguaggio del fumetto.

M: Una graphic novel è sostanzialmente un romanzo narrato per immagini che può essere auto-conclusivo o con dei seguiti alla “trono di spade” di George R.R. Martin o “La torre nera” di Stephen King, con l’aggiunta per l’appunto dell’impatto visivo di disegni e colori che regalano al lettore varie emozioni e sensazioni in base alle varie tonalità usate per quanto riguarda i colori e la struttura della tavola per quanto riguarda i disegni.

Come è nata la vostra collaborazione?

I: Conosco Mauro Gulma già da diversi anni e condividiamo le passioni per l’horror e i luoghi suggestivi. Ciononostante la nostra collaborazione è nata per un evento quasi fortuito. La storia ha avuto una lunga gestazione ed era nata, inizialmente, con un diverso “volto grafico”. Per varie vicissitudini le cose sono cambiate ed è stato necessario scegliere un diverso disegnatore. Tra le varie proposte di bravissimi colleghi, quello che aveva il tratto più coerente con la storia era proprio Mauro… il resto… è il risultato che avete tra le vostre mani.

M: Diciam pure che è stato il karma, perchè  sono stato selezionato tra varie proposte di disegnatori. Dico il karma perchè con ilaria condivido la passione per l’horror e il mistero quindi c’è stata sintonia nello sviluppo della storia oltre alle frustate ricevute durante la lavorazione del volume😀

Summer di Elisa Sabatinelli

Summer di Elisa Sabatinelli è una duologia, edita dalla casa editrice Rizzoli, che porta dentro il calore dell’estate. Due i titoli che l’accompagnano: Sulla mia pelle e Dritto al cuore per indicare la potenza evocativa di vivere sempre ogni emozione sotto pelle e mai contro cuore. Perché vedete Elisa, scrittrice raffinata, sensibile e delicata, lascia fluire liberamente le parole all’interno dei suoi romanzi affidando alla protagonista Lavinia il compito di compiere delle scelte che le facciano riscoprire il senso profondo della vita.

Lavinia, affascinante donna cosmopolita e che abita a Barcellona, si vede costretta a ribaltare i piani della sua esistenza dopo aver subito la perdita della madre. Anche lei, colpa forse dei cattivi geni, decide di sottoporsi ad un esame per vedere se le toccherà lo stesso destino inferto alla madre, ma non è tempo per farsi affliggere dalle preoccupazioni, è tempo di godere dell’estate ed allora grazie ad un album ritrovato che custodiva vecchi ricordi di un viaggio fatto in Italia, ella decide di partire e di seguire l’itinerario intrapreso anni fa dalla madre.

L’Italia porta con sè il fascino dell’incredibile e dell’inaspettato, avventure a perdifiato, compagni di viaggio conosciuti per caso che si riveleranno amici, eccitanti incontri che si tramuteranno in momenti da dedicare alla scoperta del piacere ed una rivelazione che cambierà la sua vita per sempre. Ma non pensiate che sia un amore caduto dal cielo, bè forse anche quello, ma è qualcosa di più che di certo non sarò io a svelarvi, toccherà leggere i due romanzi per poter arrivare dritti al cuore della storia che ha il pregio di tenere incollato il lettore fino all’ultimo pagina.

Ciò accade perché Elisa riesce in maniera esemplare a plasmare la scrittura e renderla fruibile in una maniera del tutto naturale puntando sulla bellezza autentica che scaturisce dai nobili sentimenti sparsi qua e là tra le pagine e che la metafora del viaggio, strumento di conoscenza dell’animo umano, rende sublime.

Il viaggio intrapreso da Lavinia, che toccherà fra l’altro sia le sponde dell’Italia che l’amata Europa, servirà come pretesto per riscoprire ciò che di più caro abbiamo, noi stessi, e per far sì che quel senso di smarrimento dovuto all’instabilità di un futuro incerto e a paure che insidiose tolgono il respiro possano ad un tratto scomparire e riportare nuova luce e fiducia nella vita come nei rapporti umani dei quali si parla molto all’interno di Summer.

Quindi leggete Summer ed affidatevi al potere meraviglioso che solo un libro riesce a regalarvi ovvero viaggiare con la mente stando comodamente seduti a casa esplorando luoghi che magari non avete ancora visitato e soprattutto perdetevi ed assaporate il vento della libertà e quel senso di spensieratezza che di questi tempi è cosa rara trovare.

Qui di seguito l’intervista che la scrittrice mi ha genitlmente concesso.

Buona lettura!

elisa sabatinelli

Summer fa parte di una duologia: Sulla mia pelle e Dritto al cuore. Perché dedicarla all’estate?

Credo ci sia un tempo per tutti, un periodo di parentesi che ognuno nella propria vita, a un certo punto, deve prendersi. Non esiste un’età o un periodo specifico. Nel caso di Lavinia lei ha 26 anni ed è estate. In Summer il tempo è importante, diventa un protagonista in più perché Lavinia si dà 100 giorni per ripensare alla sua vita. L’estate segna in qualche modo le sue decisioni, lei deve fare il conto con il tempo che scorre, che si consuma. C’è un tempo dettato oltre il quale lei non può e non vuole andare oltre, ed è l’estate. Deve vivere questo tempo al massimo perché poi non sa che cosa la aspetta.

Il grande pregio di Summer è quello di coinvolgere sin da subito il lettore. Come definiresti la tua scrittura?

Mi piace molto il ritmo nella narrazione, costruire le frasi in base a una sonorità, catapultare il lettore nella scena. La scrittura per me è tradurre in parole un movimento che accade dentro la mia testa e di cui vedo tutto: come sono vestiti i personaggi, dove sono, che cosa c’è dentro quella scena. In questo mi ha aiutato tanto aver studiato sceneggiatura e fotografia, pensare e raccontare per immagini. L’importanza della costruzione di una scena anche scenograficamente, esteticamente, come se narrassi dei frame che nella mia testa sono chiarissimi. Questo aiuta molto a non perdere il focus della scena, ad asciugare le frasi concentrandosi sul percorso del personaggio come se una telecamera lo seguisse.

La voglia di spensieratezza che si avverte per tutto quanto il periodo di lettura scaturisce dal senso precario della malattia. Come si affronta secondo te il dolore causato da una perdita?

Una perdita mette in discussione molti aspetti della vita, se non tutta la vita. Crea uno squarcio all’interno che sembra impossibile da sanare. E probabilmente è così, non si guarisce da una perdita, ma la si può trasformare in fortezza, la si può rivoltare. Nel caso di Lavinia il dolore si trasforma in rifiuto, nel rifiuto di volerlo affrontare, nella convinzione che scappare fisicamente dalla città in cui ha subito la perdita la possa guarire. Lei sente il bisogno di mettere una distanza, di tracciare una riga tra sé e il dolore; è come se chiudesse il dolore in un recinto e gli dicesse “ora tu rimani qui, io devo fare altro, devo pensare a me.” Questo pensiero la aiuta a vivere il presente, a pensare al futuro.

Il tema del viaggio è la costante gioiosa di questi due libri: Barcellona e un tour per l’Italia e l’Europa. Che valore attribuiamo al viaggio?

Nel caso di Lavinia il viaggio si trasforma in una bolla temporale in cui lei fa accadere di tutto, come se iniziasse una nuova vita, come se quel viaggio fosse una dimensione a parte in cui tutto è permesso. La libertà che da qui ne scaturisce deriva dal fatto che non ci sono conseguenze per lei, tutto inizia e finisce dentro al viaggio, senza ripercussioni nel futuro, senza curarsi del prima e del dopo. Semplicemente vivendo perché quello è il suo viaggio, il suo tempo, una parentesi ristretta in cui l’imperativo è vivere, quasi come se fosse un’altra persona. Alla fine il viaggio che Lavinia compie si rivelerà un percorso di trasformazione, un cammino di crescita.

Soffermiamoci adesso sul quel sentimento chiamato amore. Credi che spesso gli si attribuisca una pesantezza di fondo tanto da desiderare un’evasione come fa Lavinia la protagonista?

Io credo che Lavinia scappi da se stessa, è lei e il suo corpo al centro della storia. Tutto il resto viene dopo. E questo è molto importante, prima delle relazioni con gli altri, prima dell’amore, c’è lei. Io credo che questo debba sempre essere così. Pensare o ripensare alla propria vita come individuo singolo prima che in coppia. Lavinia vorrebbe uscire fuori dal suo corpo, cambiare pelle come un serpente. L’amore invece lo troverà, sotto diverse forme e con differenti intensità lungo questo percorso. In generale credo che l’amore sia l’opposto della pesantezza. L’amore è leggero, ti fa volare, ti distacca dalla realtà, ti fa sembrare rosa il nero, ti fa andare bene una cosa che non va bene, e così via.

Appunto Lavinia. Chi è questa ragazza così innamorata della vita?

Mi piacerebbe che Lavinia non fosse solo una donna, ma più persone, che ogni lettrice si sentisse immedesimata in lei o volesse essere lei anche solo per una frazione di secondo, per un incontro, per una sensazione. Lavinia è la positività, la rinascita, la spinta in avanti. Un’attitudine verso la vita.

La componente affascinante e fantasiosa legata a mio avviso all’album della madre ritrovato quanto conta nella stesura di un romanzo?

Gli oggetti sono fondamentali perché sono materiali, sono veri, si possono toccare e quindi sono facili da immaginare. In Summer a ogni oggetto ho attribuito uno stato d’animo, un sentimento. L’album è sua madre, l’essenza di lei che si porta dietro nel viaggio. Il violino è una zavorra, l’ancoraggio al passato, qualcosa che vorrebbe dimenticare. Tutti gli oggetti che lei collezionerà nel suo cammino hanno una funzione “altra”, sono il filo rosso del viaggio e se li mettessimo uno dietro l’altro su uno scaffale ci racconterebbero per immagini il lungo viaggio che la protagonista compie.

C’era una volta un passero di Alejandra Costamagna

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Quando un figlio subisce la separazione dei genitori avviene una frattura insanabile all’interno della propria famiglia d’origine e fra motivazioni più o meno plausibili e manifestazioni d’affetto che tendono a coprire una notevole mancanza, l’unica sensazione che si prova è quella di una profonda solitudine.

Questo è ciò che vive Jani, adolescente protagonista di “C’era una volta un passero”, libro edito dalla casa editrice Edicola e scritto da Alejandra Costamagna, una grandissima scrittrice cilena, nel quale le sensazioni che bruciano nell’animo, come se fossero a carne viva, non sono facilmente esternabili a parole:

“Un deserto amaro che arriva fino alle corde vocali” – sostiene Jani

I genitori, esseri umani con le loro imperfezioni e contraddizioni, minano infatti la quiete apparente di questa casa e quella notte Jani sente la paura divorarle dentro: scariche di mitra, vetri rotti, odore di spari e un padre che viene portato via, in un carcere, e fra lo sgomento e l’incredulità essi comprendono di essere diventati i parenti di un detenuto.

Lettere che giungono copiose si rivelano annunciatrici di tristi notizie e restano nel frattempo l’unico strumento che legittima l’attesa di un ritorno che forse non avverrà mai più. La famiglia è oramai fortemente intrisa di dolore e man mano anche questo dolore verrà trasformato in rassegnazione e nella costruzione di una nuova famiglia che la madre, incurante del parere delle figlie, si sente in dovere di ricreare perché forte è il peso di questa solitudine.

Sono gli anni del processo militare in Argentina e in Cile dove ogni dissidente politico viene arrestato senza possibilità di far ritorno a casa e ciò che Alejandra Costamagna riesce a descrivere con assoluta maestria è quella tensione emotiva, carica di pathos, che non si esplica a parole profuse in quantità ma è quasi omessa, muta, silenziosa, da rintracciare in quei pochi accorati sfoghi che Jani riesce ad esternare con domande che spesso non trovano risposta, con quegli sguardi carichi di malinconia e quella mano immaginaria, tesa e rivolta verso il cielo che implora il ritorno a casa del padre.

Così in un’atmosfera sospesa s’impara a convivere con il dolore e a capire che spesso la vita assume sembianze incomprensibili razionalmente e l’unico modo per rivolgere lo sguardo al futuro è far pace con mente e cuore affinché si possa imparare a vivere e a ricongiungerci con quella parte mancante di noi stessi che ci fa comprendere di essere figli, di voler restare aggrappati al nido nonostante la vita c’imponga di fare diversamente e di non esser ancora pronti per diventare adulti anche se là fuori c’è un mondo che ci aspetta.

In questo prezioso libriccino, intessuto di sensibilità e crudo realismo, si esplica il puro talento di Alejandra Costamagna che ha saputo dar voce ai sentimenti nella speranza di far comunicare le persone fra loro, troppo spesso caratterizzate da non detti che formano voragini e che alimentano un problema largamente diffuso al giorno d’oggi che è quello dell’incomunicabilità e della totale assenza di dialogo.

Leggiamo quindi “C’era una volta un passero” per capire che a volte un’emozione può disvelare un universo bellissimo che se condiviso può abbracciare le nostre solitudini ed alleggerirne il peso. 

Qui di seguito l’intervista che la scrittrice mi ha gentilmente concesso.

Buona lettura!

A.Costamagna

C’era una volta un passero è un titolo dal significato allegorico. Che messaggio vuole comunicare?

Il titolo cita una frase della scrittrice brasiliana Clarice Lispector. Lei raccontava che quando i suoi figli le chiesero perché non scriveva storie più tradizionali, con finali più felici, promise loro che ci avrebbe provato. E questo fu il risultato: “C’era una volta un passero. Dio mio”. Questo fu tutto quello che Lispector riuscì a scrivere. Ho scelto la prima parte di quella frase per il titolo di questo libro, non perché non creda nelle storie con un finale felice. O non solamente, per la precisione. Ma perché penso che nel silenzio che si produce tra l’annuncio della storia del passero e l’esclamazione di sconfitta (“Dio mio”) sono condensate le mie idee sulla scrittura. Perché quel punto fermo nella frase di Clarice Lispector (quello che divide l’inizio promettente dal finale aperto) ci porta a immaginare un universo infinito di possibilità. Come scrivere da quel piccolo silenzio armato di esperienze, idee e ricordi propri e altrui? Mi piace l’dea che l’aspettativa di raccontare una storia nel modo classico del “c’era una volta” poi si disarmi e atterri nel volo di un passero fiero. Più che comunicare un messaggio, quindi, quello che mi interessa è aprire un cammino di letture possibili per il libro.

Fra le righe si scorge l’allarmante periodo storico vissuto in quegli anni. Come mai la scelta di parlare proprio di quel periodo?

Quel periodo, quello degli anni ’70 in Chile, corrisponde a quello della mia infanzia. Questi non sono racconti autobiografici, ma raccolgono una tempra e un’atmosfera d’epoca precise. Se le protagoniste sono nate in quelli anni e riportano alla memoria episodi della loro infanzia, è inevitabile che i loro racconti siano attraversati dal contesto della dittatura. Mentre sperimentano rotture nella loro vita familiare, “dentro le mura”, vanno rivelando anche una rottura esterna; lo sgretolarsi di una società completa. Vale a dire, il periodo storico va mano nella mano con il momento personale dei personaggi. Qui, la macrostoria si fonde o dialoga con la microstoria. Mi interessava mettere a fuoco quell’angolo: quello delle risonanze della Storia con la maiuscola negli spazi dell’intimità e del quotidiano.

Quello di Jani è un racconto sofferto, ma nel suo silenzio obbligato traspare malinconia e smarrimento. Lei crede che i figli subiscano spesso in maniera passiva il comportamento errato dei genitori?

Il silenzio al quale si affrontano queste figlie le porta a intensificare la propria curiosità. Loro non son qui per giudicare né per regolare i conti con i loro genitori, ma per cercare un linguaggio personale che permetta loro di raccontarsi. Smettere di essere ricettivi e trasformarsi in soggetti attivi nella loro storia. Non le vedo in un ruolo passivo, ma al contrario: loro sono qui per attivare il loro presente di narrazione.

La madre rinuncia al marito per ovvi motivi e intraprende una relazione con Lucas che sembra restituirle una certa quiete. Non avrebbe potuto fare altrimenti ovvero cercare di tenere unita la famiglia?

Senza dubbio, le possibilità che ha la madre sono molteplici. Ma nel racconto non tento di giudicare la sua scelta, ma piuttosto a mettere a fuoco le conseguenze nello spazio intimo che hanno le diverse decisioni che prendono i personaggi. Io stessa non so come avrei agito se fossi stata al posto della madre. Quando decidiamo per qualcosa, perdiamo sempre, lasciamo qualcosa fuori. Il punto è farsi carico di quelle perdite.

Com’è cambiato il concetto di libertà negli anni?

Durante gli anni della dittatura si cercò di recuperare una libertà politica che era stata censurata. Ma una volta che arrivò la democrazia e si aprirono gli spazi di partecipazione cittadina, il concetto di libertà iniziò a essere abusato e presto sperimentò una sorta di privatizzazione. La libertà di offerta e domanda, la libertà di mercato, alla fine dei conti, hanno distorto un po’ il termine. E la sua connotazione economica tende a imporsi sull’uguaglianza di diritti, sull’equità e altri valori di oggi.

Definiamo il libro con tre aggettivi.

Silenzioso, improvviso, memore.

Perché leggere C’era una volta un passero?

Non so se questa risposta possa darla io.

Doppio ritratto di Cinzia Giorgio

doppio ritratto

Chiara Santiluti riceve l’incarico di restaurare il famoso dipinto di Raffaello Sanzio, Doppio Ritratto, sconosciuto ai più e situato presso il Museo del Louvre a Parigi. Quello che le è stato affidato è un incarico prestigioso, ma ancora più affascinante è la storia che si cela dietro alla tela che cattura l’interesse e che è caratterizzata da un certo alone di mistero. Documenti attestano la parentela di sangue con il geniale pittore.

Sarà vero?

“Doppio ritratto” edito dalla casa editrice Aliberti, appartenente alla categoria Love e scritto in maniera attenta e ricercata dalla raffinatissima penna di Cinzia Giorgio, è un romanzo delizioso che ci permette di compiere un viaggio a ritroso fra passato e presente e che ha in sè la riscoperta della bellezza legata al mondo dell’arte in genere e della pittura in particolare.

L’aver sapientemente saputo unire due ambiti del sapere, come quello dell’arte e della letteratura,  ha dato un valore aggiunto al romanzo che possiede tutte le caratteristiche per essere considerato un vero gioiellino della letteratura italiana.

Sotto forma di racconto breve, l’autrice ci invita a svolgere un fantasioso viaggio, intriso di passione e sentimento, che ci conduce verso un passato ricco di storia e cultura e che ci permette di riconoscere la bellezza di un periodo storico a noi molto caro come quello del Rinascimento italiano nel quale si sono succeduti artisti il quale genio è rimasto tutt’ora incomparabile: Leonardo, Michelangelo, Giorgio Vasari, Leon Battista Alberti e lo stesso Raffaello hanno reso, con le loro opere, un tributo speciale all’Italia, paese che tutto il mondo ci invidia.

Grazie a questa preziosa eredità lasciata da questi illustri predecessori e che ha ispirato “Doppio ritratto” è possibile ricominciare ad amare il bello e ritonare a scorgere meraviglie, che spesso sono insite là dove non osiamo nemmeno immaginare, e ricominciare ad apprezzarle per arricchire corpo e mente.

Qui di seguito l’intervista che la scrittrice mi ha gentilmente concesso.

Buona lettura!

cinzia giorgio

Com’è nata l’idea di unire due tipi di saperi, come l’arte e la letteratura, all’interno del romanzo?

Mi sono laureata in Storia del Rinascimento con un professore poliedrico che ha trasmesso a noi studenti il valore della contaminazione. A mio avviso, l’arte e la letteratura non sono due entità astratte e autonome. Uno scrittore e un artista si abbeverano entrambi alla stessa fonte: il sapere. Nel Rinascimento non era raro leggere trattati scientifici e poesie stupende scritte da grandi artisti, come Leonardo e Michelangelo.

Su quali fonti storiche ti sei documentata?

Le fonti storiche su Raffaello Sanzio abbondano e talvolta sono contraddittorie. Considerato dai suoi contemporanei (e non solo) un dio della pittura, Raffaello era venerato da donne e uomini ma aveva anche molti detrattori. La difficoltà maggiore è stata analizzare le diverse versioni di alcuni episodi che hanno caratterizzato la sua breve vita. Mi sono documentata principalmente in biblioteche e archivi, ma anche consultando le vite del Vasari.

C’è stato un tour da te intrapreso che ti ha portata realmente a viaggiare da Roma a Parigi per far sì che il romanzo risultasse ricco di particolari narrativi precisi?

Sì. Sono partita dalla città natale di Raffaello Sanzio, Urbino, per poi approdare nella superba Firenze, dove l’artista ha vissuto per qualche tempo. Roma e Parigi sono due città che amo moltissimo. Nella prima ci vivo e quindi seguire l’itinerario dell’urbinate è stato più semplice. Mi reco spesso a Parigi per lavoro e il Louvre è una tappa fissa. Tutte queste meravigliose città hanno biblioteche, archivi e un patrimonio artistico immenso e sono per me continua fonte di ispirazione.

Quali temi predominano nella narrazione?

Direi l’amore in tutte le sue declinazioni: l’amore per l’arte, per la vita, per la famiglia, per il sapere. La passione muove tutti i personaggi del romanzo e indica loro la via da seguire, che non sempre è la più facile. Anzi.

Perché scegli di ambientare il romanzo fra passato e presente?

È una mia caratteristica o forse una deformazione professionale, essendo io nata come storica del Rinascimento. Mi piace trasportare il lettore attraverso i secoli, al di là della pura cronaca descritta nei manuali di storia.

Il Rinascimento è un periodo artistico che ami particolarmente?

Lo adoro. Durante un periodo relativamente breve, in Italia abbiamo avuto una concentrazione di menti geniali e poliedriche. Una sinergia di arte, bellezza e creatività destinata a non ripetersi mai più, temo. Non nego anche la crudeltà di quel momento storico, sia chiaro, ma ciò che il Rinascimento italiano ha prodotto è stato ben più di ciò che appare.

Credi che ci sia bisogno di sperimentare un nuovo concetto di bellezza?

Non saprei. Per me la bellezza è vita, verità e coraggio. Potrei risponderti con le parole del poeta inglese John Keats: Beauty is truth, truth beauty, -that is all/ Ye know on earth, and all ye need to know, (Bellezza è verità, verità è bellezza – questo solo/ sulla Terra sapete, ed è quanto basta – Ode on a Grecian Urn, 1819-20).

 

La ragazza selvaggia di Laura Pugno

 

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E’ una scrittura sorprendente quella di Laura Pugno, autrice de “La ragazza selvaggia” romanzo edito dalla casa editrice Marsilio, che ti emoziona lasciandoti senza parole. In questo intreccio narrativo caratterizzato da una successione asimmetrica dei sentimenti ritroviamo come protagoniste le debolezze umane che vengono alla luce grazie al “caso Held” balzato agli onori della cronaca, più di dieci anni fa, a causa della scomparsa di una ragazzina di nome Dasha nel bosco di Stellaria. Il merito del ritrovamento è di Tessa, la ricercatrice, che si accorge immediatamente che la ragazza è divenuta selvaggia e quasi inavvicinabile. Avvisati i familiari tra cui il padre Giorgio Held, fondatore della Techsa, e la madre Agnese, la ragazza viene riportata a casa dove viene accudita e “addomesticata”. Nel frattempo Nina, sorella gemella di Dasha, è ricoverata in ospedale perché è in coma vegetativo.

Il ritrovamento di Dasha non è la chiusura del cerchio, anzi è il disvelamento di un’emotività celata da tempo immemore e che adesso può finalmente venire allo scoperto. Ciò che si evince è la fragilità dei rapporti umani, la rassegnazione di una madre, Agnese, al fatto di non aver potuto avere dei figli, la scelta consapevole di adottare delle bambine orfane provenienti dall’Ucraina per il bisogno impellente di colmare un vuoto per questa maternità mancata e l’accettazione forzata di aver convissuto per troppo tempo con il rimorso di non essere riusciti a prendersi cura dei propri figli disintegrando i pilastri già fragili di una famiglia borghese quasi inesistente.

Eppure in mezzo a tutto questo dolore, la speranza ritorna prepotente, doveroso è fare i conti con la propria coscienza e quei silenzi che hanno corroso ogni tipo di rapporto adesso necessitano di ritrovare la serenità perduta.

Un ritorno alla natura sembra l’unica soluzione possibile per ritornare a riconciliarci con la parte più autentica di noi stessi e forse Dasha lo aveva capito prima di tutti.

Qui di seguito l’intervista che la scrittrice mi ha gentilmente concesso.

Buona lettura!

laura-pugno

Come nasce l’idea di avere come protagonista del romanzo una ragazza selvaggia, abitante dei boschi? E’ una metafora dell’imbarbarimento dei nostri tempi?

Nasce dall’idea della scomparsa, e del ritrovamento. Narrare la scomparsa è difficilissimo, dell’assenza vediamo solo gli effetti, non l’azione. E io volevo raccontare la storia di una ragazza scomparsa, che viene ritrovata, solo che, al momento del ritrovamento, ogni reale contatto è impossibile, la perdita è diventata definitiva. Per due anni ho cercato di capire come e perché potesse accadere, finché, all’improvviso ho visto Dasha come una ragazza selvaggia, e la storia ne è scaturita di conseguenza.

Questo romanzo per certi versi può assomigliare ad una favola nella quale l’elemento fantastico predomina?

Al contrario, questo è uno dei miei romanzi più realistici, più novel e meno romance, anche se io tendo più al romance. Quanto accade a Dasha è improbabile, ma non impossibile. Per fare un riferimento ai miei romanzi precedenti, qui siamo più nella linea di Antartide (Minimum Fax, 2011) che in quella di Sirene (Einaudi, 2007), il mio primo romanzo.

Nina e Dasha hanno un legame parentale stretto e quasi indistruttibile. Sono sorelle gemelle. Cosa le differenzia l’una dall’altra?

La parola, e l’andare verso il mondo. Quando il cerchio magico che tiene Nina e Dasha legate insieme si rompe, la parola rivela tutto il suo potere, e anche la sua pericolosità. C’è però di fondo un elemento ambiguo, una domanda a cui siamo noi a dovere dare risposta: Nina è la causa della perdizione di Dasha, o della sua salvezza?

C’è un personaggio al quale si sente maggiormente legata?

Tessa, che è il personaggio che ci accompagna dentro la storia. Insieme a lei ritroviamo la ragazza selvaggia e la accompagniamo fuori dalla storia stessa, verso una sorta di destino, se così si può chiamare.

Il lettore che si appresta a leggere “La ragazza selvaggia” perché dovrebbe amarlo?

Per la ragione per cui si ama, in realtà, qualsiasi romanzo, quale che siano le altre ragioni: per la sua scrittura. O almeno è quello che mi auguro.

L’elemento naturalistico è parte integrante della storia (anche la copertina ad esempio ne evoca il contenuto).Quanto è importante per lei il contatto con la natura?

Penso che il contatto con la natura sia inevitabile: inizia nel nostro corpo, che è la stessa cosa della mente.

 

 

 

Intervista a Iaia Caputo, autrice di Era mia madre

Era mia madre Iaia Caputo

Dopo aver letto l’incantevole romanzo di Iaia Caputo, Era mia madre, edito dalla casa editrice Feltrinelli e recensito nella mia rubrica Leggere Donne sul blog di Vanity Fair di Matteo Gamba, ecco l’intervista che la scrittrice mi ha gentilmente concesso. Noterete quanto garbo e delicatezza traspaia dalla sua personalità così carismatica, ma non voglio svelarvi altro e vi auguro buona lettura.

Come si fa a sopravvivere alla perdita di una persona cara? Forse con ‘l’intelligenza del dolore’ ?

L’intelligenza del dolore che viene evocata nel romanzo non è altro che la capacità di fare esperienza di ciò che accade, e cioè di mantenere il cuore e la testa aperti, in ascolto di quel che la vita ci sta insegnando, persino nella sofferenza. Ad Alice succede di scoprire sua madre, proprio a partire dal sentimento della perdita e della mancanza, e nello stesso tempo, il tempo del lutto, quell’esperienza la rivela a se stessa. Era mia madre è anche questo: il racconto del percorso esistenziale di una figlia che impara, è costretta a imparare, a diventare adulta.

‘Mia madre è un luogo. Intrusa in quella casa che per me era mia madre.’
Spieghiamo il senso più intimo di questa espressione?

E’ difficile separare le persone che abbiamo amato dai luoghi che abitano, tanto più quando le perdiamo. Fatalmente tutto ci parla di loro, e forse solo allora ci accorgiamo e ci interroghiamo su quanto una casa, che è il luogo per eccellenza, sia stata espressione di quella persona. Per la madre di Alice, poi, la casa, come scrivo, “era stata la forma nella quale giorno dopo giorno, come l’acqua la roccia, aveva scavato un luogo capace di contenerla in un calco perfetto”. Ma più in generale, le case sono delle coprotagoniste nel mio romanzo; raccontano le differenze incolmabili tra madre e figlia, lo scarto e lo scontro generazionale tra le due. Quella della prima, una casa borghese, piena di mobili e oggetti belli, in alcuni casi preziosi, parla di un benessere costruito nel tempo, di sicurezza economica, di una costruzione lineare; mentre le case in cui si muove Alice dicono una disaffezione nella consapevolezza che tutto è provvisorio, labile. Lei appartiene a una generazione precaria, condannata a vivere in un eterno presente, senza progettualità, orfana di futuro. Una generazione che per la prima volta è più povera di quella precedente.

Ricercare la bellezza in ogni dove. Questo è il segreto per godere appieno della vita?

No, non è esattamente così. La bellezza più che cercata va riconosciuta, nelle piccole cose del quotidiano come nelle sue grandiose rappresentazioni. Il primo movimento interiore di Alice avviene quando, inaspettatamente, trova un senso nel trascorrere un’intera mattina a curare i fiori e le piante che sono sul terrazzo della casa materna. Prima di allora non solo non le importava, ma neppure vedeva e riconosceva che quei fiori e quelle piante vivevano perché qualcuno le amava e se ne curava. Dunque, per rispondere alla tua domanda, ripeto le parole di una scrittrice che ho molto amato: Anna Maria Ortese. “Bisogna sempre stare vicino a qualcosa che cresce, che sia un giardino, un bambino o un libro, non importa”. Personalmente, non so cosa ne sarebbe stato di me senza i figli, i fiori, la scrittura…

Le lettere scritte dalla madre alla figlia Alice sono state un modo per colmare il vuoto fra queste generazioni così apparentemente distanti?

Senza quelle lettere, la madre sarebbe rimasta muta, con il solito carico delle tante cose non dette, taciute, omesse di qualunque rapporto che si pensa eterno. Mentre volevo dare a entrambe le protagoniste la possibilità di parlarsi, di continuare un dialogo che certamente era stato difficile, talvolta durissimo, ma esisteva. Questo perché credo che il rapporto madre-figlia sia il rapporto più necessario delle nostre vite. Quello a più alto voltaggio emotivo, anche quando è conflittuale, aspro, difficile.

Che funzione ha il rancore?

Nessuna. Non insegna niente, non produce niente. E’ il sentimento più inutilmente sterile che si possa provare.

Una madre e una figlia si possono ricongiungere solo in età adulta?

Questo non lo so, ogni rapporto è una storia a sé e cerco di evitare sempre le generalizzazioni. Però penso che arrivi sempre un momento nella vita.

iaia caputo2

Intervista a Irene Cao, autrice di “Ogni tuo respiro”

Ogni tuo respiro

Dopo aver letto in anteprima la recensione del libro “Ogni tuo respiro”edito dalla casa editrice Rizzoli, che io v’invito a leggere per appassionarvi a questa storia meravigliosa che sa di amore e vita, ecco l’intervista che la scrittrice Irene Cao mi ha gentilmente concesso.

Durante la lettura noterete note delicate e decise della sua accattivante personalità, ma non voglio svelarvi altro.

Lascio a voi la magia della sorpresa.

Buona lettura!

1) In quale fase della tua vita nasce “Ogni tuo respiro” ?

Una fase della mia vita che si sposa con una parola a me tanto cara: libertà. Ogni tuo respiro è stato concepito in una notte di luce e musica, a inizio di gennaio 2015: è in quella precisa notte che è arrivata la prima ispirazione, e poi, nell’arco di un anno e mezzo, è nato il libro.

2) La protagonista, Bianca, è una donna che non ha timore di mostrare le sue fragilità. Credi che siano più un punto di forza che di debolezza?

Credo che se nascondi le tue fragilità, loro troveranno comunque un modo per esprimersi, tanto vale accoglierle con amorevolezza e provare a capire cosa vogliono suggerirti. Bianca attraverso la fragilità trova il coraggio, un coraggio che forse nemmeno lei pensava di avere. È una donna che sa stare nella vita e, nel bene e nel male, sa andare alla radice dell’amore.

3) Parliamo di Ibiza e dell’energia speciale che emana quest’isola. Esiste un posto del cuore che ami particolarmente?

Ogni luogo di Ibiza ha una propria unicità: è un’isola con panorami che cambiano di continuo, chilometro dopo chilometro. La prima “spiaggia” di Ibiza su cui ho messo piede è Cala Molí, che si affaccia su una piccola baia solitaria: in quel luogo ho avvertito una grande sensazione di pace, ecco perché nel romanzo l’ho fatto diventare il luogo prediletto da Bianca. Ma se di luoghi speciali vogliamo parlare, non posso fare a meno di citare Es Vedrà, la roccia magica che si erge dal mare e cattura gli occhi di tutti coloro che capitano sull’isla blanca.

4) Come definire oggi l’amore?

Non vado molto d’accordo con le “de-finizioni”: solo per etimologia (finis in latino significa “limite”, “confine”) trovo che siano così limitanti… L’amore è indefinibile, è un sentimento che, per come lo concepisco io, non può avere limiti. Quando si ama con onestà di cuore, con verità e rispetto, cade ogni definizione: contano le persone, al di là dei sessi, e ciò che scorre tra le anime.

5) Nel romanzo si avverte molto questa voglia di libertà e di cambiamento. Quanto costa lottare per vedere realizzati i propri sogni?

Se c’è lotta, un sogno non si può realizzare: è nella pace che nascono le piccole e grandi magie. Di sicuro, la strada che porta alla realizzazione di un grande sogno è costellata da tante piccole rinunce, ma tutto pesa meno quando si impara a gioire di ciò che già esiste.

6) Condividi la mia espressione: ” Ogni tuo respiro è un romanzo che ci fa amare la vita ” ?

La condivido pienamente. Quel “respiro” del titolo, infatti, è il respiro della vita, ci tengo a dirlo. Questo romanzo è un inno alla vita, che noi molto spesso diamo per scontata; è un invito a rendere grazie all’universo per ciò che ogni giorno ci dona. Anche in una giornata nera c’è sempre una piccola scintilla di luce per cui vale la pena di gioire.

7) Tre aggettivi per descrivere il tuo libro.

Sincero. Onesto. Luminoso.

Irene cao2

 

 

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