Amalia di Giorgia Garberoglio

amalia

“Amalia”, libro scritto da Giorgia Garberoglio e pubblicato dalla casa editrice Feltrinelli, è un romanzo d’altri tempi caratterizzato da una profonda dolcezza e da una raffinatezza rara che ti avvolge come se stessi leggendo una storia che ha il sapore antico di epoche che non ritorneranno mai più.

La scrittrice, grazie ad un linguaggio capace di creare una perfetta armonia intersecata fra le parole scelte sapientemente, ha saputo costruire una trama che incanta il lettore e che mantiene quello spirito romantico necessario per poterla apprezzare appieno.

Centrale nella vicenda è il rapporto fra questa nonna e nipote che, anche dopo la morte, sono riuscite a tenersi in contatto perché Amalia, diva del cinema, ha saputo manifestare il suo affetto e comunicare un messaggio celato fra le pagine di un quadernetto che la nipote ritrova per puro caso nella sua camera e nel quale sono stati scritti, sotto forma di diario, pensieri, riflessioni e stati d’animo di un tempo che fu.

L’ambientazione è legata al periodo della Seconda Guerra Mondiale e il primo grande amore vissuto da Amalia funge da protagonista. Durante la lettura di queste pagine così preziose, la nipote riesce a scoprire parte della vita di sua nonna e soprattutto riesce a carpire i segreti della donna che è stata, tanto da fare un parallelismo con la propria vita che ha degli aspetti in comune ed esperienze per alcuni versi simili.

Ne consegue dunque che il racconto che ci viene presentato fa emergere tutta la natura di questo libro delizioso che mostra una purezza d’animo percepibile solo da quei lettori attenti e sensibili che sanno apprezzare la bellezza di pagine scritte con ardore, dedizione e meraviglia.

Qui di seguito l’intervista che la scrittrice mi ha gentilmente concesso.

Buona lettura!

giorgia-g

Da dove nasce l’esigenza di scrivere un romanzo così intimista?

Non ho scelto consciamente che Amalia fosse un romanzo intimista. Avevo da almeno un anno la sua storia in testa, si è formata parola dopo parola, ed è poi – ad un certo punto – diventata esigenza, ma di essere scritta, soprattutto. Di certo la forma del diario ha caratterizzato una dimensione intimista. E non solo, il libro si apre su chiacchiere tra nonna e nipote, sedute sul letto. Ho voluto che Amalia fosse così, uno spazio di parole e ricordi tra persone che si amano e rispettano e cercano. Un dialogo intenso e profondo, e, indubbiamente, intimo.

La protagonista del libro è Amalia, una donna che ha vissuto intensamente la sua vita tanto da destare ammirazione e stupore. Raccontami la scelta di aver pensato di descrivere una nonna così fuori dal comune, emancipata e libera.

Amalia è una grande attrice, la cui carriera inizia con il Cinema Neorealista. I suoi funerali sono celebrati alla Chiesa degli Artisti di Roma. Mi sono chiesta chi poteva essere veramente Amalia, che storia poteva esserci dietro a interpretazioni straordinarie. Amalia è un personaggio inventato, che si ispira a tanti personaggi veri, e in fondo a nessuno in particolare. La sua straordinarietà mi interessava invece nel suo particolare. Così l’ho immaginata modista, che cuciva abiti. L’ho immaginata in famiglia, o sotto i bombardamenti di Torino. Ho immaginato che dietro ad uno sguardo coraggioso o innamorato o addolorato fissato sullo schermo bianco ci fossero le sue emozioni, una sua storia d’amore, di famiglia e di vita. Volevo inoltre raccontare di una guerra ancora molto vicina, e mi piaceva l’idea che il mio personaggio ne fosse travolta e riuscisse poi a reagire, costruendo qualcosa.

La nipote ritrova dopo la sua morte un quaderno con all’interno le confessioni di Amalia. Quanto è importante affidare alla scrittura i propri sentimenti?

Penso sia importante, ma credo anche che ognuno di noi possa avere diverse forme e modi per esprimere i sentimenti. Si può suonare uno strumento, fare un dipinto, scattare delle foto. Io so solo scrivere, e scrivo da sempre. Ed è la forma di espressione che amo di più. Poi l’idea del diario: non è bellissimo pensare di trovare in casa – magari nascosto da qualche parte – un quaderno che ci racconti una parte della storia di famiglia? Emma ha questa occasione, che le cambierà molto lo sguardo sulla vita.

Noi possiamo solo immaginarlo, ma quanto è stata dura per Amalia rinunciare al suo più grande amore durante la seconda guerra mondiale?

Una bellissima domanda. E’ proprio una delle motivazioni che mi ha spinto ad inventare e raccontare la storia di Amalia. Sono convinta che il primo amore sia un sentimento dalla forza dirompente, e molto simile nelle storie di ognuno di noi. Volevo raccontare il primo amore durante la guerra, nella sua forza, nei suoi limiti. L’amore tra Piero e Amalia si scontra, quasi da subito, con la guerra. E ne caratterizzerà le sorti. Non so se parlere di rinunce, in tempi in cui a fare le scelte erano i bombardamenti o nel caso di Piero la sua vita da partigiano. Più che altro, forse, la potenza della vita sui sogni. Ma questi sogni poi, si sono persi davvero? O il primo amore resta sempre, nonostante tutto, nonostante la vita?

Le vite vissute da nonna e nipote sembrano incrociarsi e la cosa che le accomuna di più è la voglia di vivere un amore totalizzante che crei appartenenza. Credi sia stato così?

Forse più che il senso di appartenenza Amalia e Emma vivono l’amore totalizzante tra incoscienza e sogno. E’ un primo, primissimo amore, in età giovane, giovanissima direi. Con il tempo e la vita che incalza e le porta a scegliere senza la giusta maturità o equilibrio. Con la bellezza di quell’amore – totalizzante appunto – che ti porta quasi a non accorgerti cosa accade attorno. Una lettrice un giorno mi ha fatto notare un dettaglio bellissimo, Amalia e Emma sono donne amate. E’ vero, di amori diversi, ma sempre amate.

Qual era il senso della vita per Amalia e quale insegnamento ha voluto comunicare alla nipote?

Per una serie di coincidenze, nonna e nipote in apparenza condividono delle scelte di vita. Così sembra vedere Amalia, così sembra credere Emma. Nel tempo però Amalia si accorge di aver confuso la sua vita con quella della nipote, di avere forse influito su delle scelte. E si scusa. L’amore di mamma, o di nonna, spesso comporta delle responsabilità educative, Amalia se ne rende conto e ne vede anche i limiti. Il senso della vita è poi molto diverso da ognuno di noi, per Amalia – sicuramente – l’ultima parte della sua storia personale, da attrice, è poi cercare di continuare a raccontare – al cinema o al teatro – la Storia, e la guerra, perché si sentiva addosso la colpa e responsabilità di non averla veramente vissuta, o capita. La memoria, come forma di insegnamento alla vita, quindi è sicuramente centrale, sia nella vita personale di Amalia sia nelle sue scelte di carriera.

Descrivimi con tre aggettivi cos’ha significato per te questo libro.

Facile trovarli, gli aggettivi, difficile però renderli assoluti. Ci provo!!!

Coraggio, perché pur occupandomi di libri di altri da sempre, non avevo mai avuto coraggio di proporre il mio e ho dovuto combattere contro le mie paure per tirarlo fuori dal cassetto.

Intenso, perché è una storia che ha riempito la mia testa, di emozioni, parole e personaggi.

Ricco, ricco di ricordi passati, miei e non miei, ricco di nuovi incontri legati al diventare libro, chi ci ha lavorato con me, chi mi ha presentato, chi mi ha promossa. E ricco di lettori, che spinti appunto dalla pagina intimista, per tornare alla prima domanda, mi scrivono le loro storie. Quindi anche ricche, al plurale. Perché poi il libro è di chi lo legge.

 

La cucina felice di Angela Frenda

Risultati immagini per la cucina felice angela frenda

Quando si parla di libri di cucina si scade ormai nell’ovvio perché siamo letteralmente invasi da volumi, riviste e programmi nei quali si alternano figure di aitanti chef stellati che consigliano ricette a buon mercato per coloro i quali vogliono imparare a cucinare.

In questo ambiente sempre più maschilista, specchio fra l’altro della nostra società, emerge la figura piacente e piacevolissima di Angela Frenda, giornalista del Corriere della Sera, oggi diventata una food editor che sperimenta ogni suo piatto selezionando con cura le materie prime per poi condividerlo con i lettori o con gli utenti del web che amano seguire i passi di una ricetta guardandola in un suo video.

Angela Frenda, prima con Racconti di cucina e poi con La cucina felice, libri editi dalla casa editrice Rizzoli, ha saputo innovare il concetto classico di emancipazione di stampo femminista che voleva le donne fuori dalla cucina ed attive all’interno della società per rendere paritaria la condizione delle donne e per garantire gli stessi diritti degli uomini.

Il contributo che lei stessa è riuscita a dare con coraggio e determinazione ha fatto emergere la figura di una donna estremamente libera di poter scegliere perché, ad oggi, la cucina non viene più interpretata come luogo in cui le donne devono essere relegate per far contente i mariti, ma è diventato un luogo in cui poter esprimere liberamente se stesse e magari ritrovarsi. Cucinare infatti è un atto d’amore che viene fatto prima nei confronti di se stessi e poi per rendere felici le persone che più amiamo.

In quest’ultimo suo libro si evince una precisa dichiarazione d’intenti che consiste nel prendersi cura di sé a partire proprio da ciò che si cucina eliminando quel senso di colpa che spesso emerge quando ci facciamo prendere dai nostri peccati di gola. Ecco perché si parla di cucina felice.

Al suo interno, infatti, ci viene presentato un diario che è essenzialmente una raccolta di ricette che fanno della semplicità il loro vanto senza dimenticare la cura che si è messa nel realizzarle e che vogliono esprimere la volontà di cambiamento che ha portato Angela verso un profondo senso di rinascita dato che il nostro benessere è inevitabilmente legato al cibo che mangiamo.

Ogni ricetta viene preparata con amore e passione ed ecco che una gricia, piatto della tradizione romana, può diventare un piatto impareggiabile e i cannoli siciliani possono essere gustati senza provare rimorso alcuno. L’importante è seguire la stagionalità delle materie prime ed imparare che per amare ciò che ci circonda dobbiamo prima di tutto imparare ad amare noi stessi partendo anche dal piatto che più amiamo perché il motto è: sano, equilibrato, ma senza alcun dubbio gustoso.

 

 

 

Il matrimonio di Alice: un racconto di Sara Rattaro per aiutare i terremotati

sara4you

Quando una scrittrice si mette a servizio della comunità compie sempre un atto di profonda ed umana generosità. Nel caso specifico Sara Rattaro, amatissima scrittrice che ha già vinto numerosi premi come il Premio Rapallo-Carige e il Premio Bancarella con i suoi romanzi, ha voluto fare qualcosa di concreto per aiutare i terremotati vittime del sisma che ha colpito il Centro Italia il 24 agosto 2016. Così ella ha pensato bene di scrivere un racconto per tutti i suoi lettori che possono comodamente scaricarlo dal sito http://www.sara4you.it/ e il ricavato verrà utilizzato dalla Croce Rossa per aiutare quelle zone andate distrutte e i suoi abitanti.

“Il matrimonio di Alice” vede nuovamente protagonisti gli stessi personaggi che hanno caratterizzato il suo romanzo “Non volare via” riuniti questa volta per celebrare un matrimonio speciale. Alberto e Sandra, genitori di Alice e Matteo, sono emozionati e tesi prima del fatidico giorno e nel loro dialogo quotidiano mettono a nudo le loro fragilità e debolezze che fanno un po’ da bilancio a quella che è stata la loro vita che vede ormai i loro figli indipendenti, autonomi e pronti a lasciare il nido.

I figli sono cresciuti e a noi non resta che guardarli vivere…”

Per un genitore, come anche per un figlio, il distacco dalla famiglia d’origine non è mai cosa facile perché subentrano i ricordi di momenti trascorsi insieme, dolori sopiti che fuoriescono dalla parte più intima di noi stessi e spesso accanto alle gioie maturate nel tempo, qualche giudizio per gli errori commessi viene sempre alla luce.

Alberto non è stato un padre modello e neanche un marito esemplare ed Alice, novella sposa, nutre dei dubbi per il passo così importante che sta per compiere perché giurare fedeltà ad uomo che diventerà suo marito per l’eternità comporta consapevolezza e un profondo amore che si basa soprattutto su valori fondamentali come quelli della sincerità, onestà e fedeltà reciproca.

Grazie ad Alberto quindi si esplica quell’imperfezione tipica di ogni essere umano che si rivela, nostro malgrado, quando feriamo le persone che più amiamo come se la reiterazione dell’errore commesso fosse qualcosa di cui non possiamo fare a meno e pur essendone consapevoli ci macchiamo di quella colpa perché così dice il cuore e la nostra istintività che non riusciamo a tenere a freno, ma la redenzione dai peccati commessi può ancora avvenire e ci si può nuovamente riscattare solo chiedendo perdono.

Questo significa amare ed ammettere a noi stessi chi siamo.

Hanno partecipato al progetto: Atopway, Chiara Codeluppi, Silvia Meucci ed Emanuela E. Abbadessa.

Sulla collina di Ilaria Ferramosca e Mauro Gulma

sulla collina

Non c’è storia più bella di quella che vi sto raccontando e che unisce il talento, la maestria e la sensilità di due autori, Mauro Gulma ed Ilaria Ferramosca, che hanno saputo dar vita in maniera armonica e coinvolgente ad un graphic novel emozionante, Sulla collina, edito dalla casa editrice Tunuè e che fa parte della collana Tipitondi.

Alla base della trama c’è l’amicizia fra ragazzi che decidono di riunirsi in un bosco e di andare a svelare le radici di un mistero, pauroso come la notte, che affligge gli abitanti del posto e che avvolge i loro racconti fatti di storie horror e di voci che provengono da una radio che intona dei motivetti agghiaccianti.

Porteranno alla luce questo mistero?

Si rivedranno molti anni dopo portandosi dietro vittorie e sconfitte di un’epoca definibile come epoca della maturità che non li vede più ragazzini, ma uomini adulti che il sentimento puro dell’amicizia ha saputo tenere uniti.

Con un sapore malinconico, quasi nostalgico per le storie narrate nei mitici anni ’80-’90 che tutti noi sicuramente ricorderemo, Sulla collina incanta per la grafica, i colori brillanti e per la trama descritta che ci riporta indietro, forse a quando eravamo piccoli, insegnandoci che il gap, che ha messo distanze fra questi cari amici, nulla ha potuto contro la forza disarmante dell’amicizia in una storia che commuoverà di certo i lettori come ha commosso me.

Ringrazio dal cuore Ilaria e Mauro, due persone incredibili, che mi hanno dato l’onore di poter essere da me intervistati.

Buona lettura!

Parliamo innanzitutto della grafica. Con quale tecnica è stata realizzata e su quali fasi si basa il procedimento?

I: Alle domande relative al processo grafico, potrà certamente rispondere Mauro Gulma in maniera più dettagliata. Da quel che so, in ogni caso, il procedimento è stato essenzialmente manuale, quindi tradizionale. Dagli studi dei personaggi, la loro caratterizzazione, le ambientazioni, la realizzazione delle tavole a matita e inchiostro, tutto è avvenuto manualmente. Nello specifico, per il character design dei protagonisti Mauro si è basato su una mia caratterizzazione scritta e il risultato, per me, è stato molto soddisfacente. I ragazzi sono proprio come li immaginavo. Per altri personaggi (quelli tratti dalla storia vera, per esempio) e per le ambientazioni, Mauro si è basato su alcune foto o ritagli di giornale che io gli ho fornito come documentazione. In alcuni casi, invece (le scene ambientate sulla collina, per esempio), siamo andati direttamente sul luogo a scattare delle foto. La colorazione, di contro, è avvenuta del tutto in digitale.

M: La tecnica che ho provato a utilizzare è quella del cartone animato (sfondi sullo stile pittorico mentre i personaggi che sono in movimento con tinte piatte), le fasi son queste: metà lavoro fatto tradizionalmente a partire dagli storyboard fino all’inchiostrazione per poi procedere con la colorazione digitale una volta scansionate e pulite le tavole dando i colori piatti (per questo ringrazio Luigi Quarta per la disponibilità che mi ha aiutato ad accellerare il lavoro dando la colorazione piatta su delle tavole) dopo di che si passa ad ombre e luci piatte e infine il tocco di vari effetti.

La scelta dei colori è basata sulle sensazioni che vuole suscitare una scena oppure vi sono dei criteri specifici che bisogna rispettare?

I: Di certo la colorazione dà la giusta atmosfera, per cui è strettamente correlata alle sensazioni che vuole indurre. La maggior parte della vicenda, tra l’altro, si svolge di notte, per cui non è stato possibile utilizzare tinte particolarmente accese e “diurne”. In questo, per esempio, sono state senz’altro utili le dritte del nostro collega e amico Andres Mossa (colorista per Marvel e Bonelli) che ci ha suggerito di lavorare molto sulla desaturazione e sul contrasto. Di grande supporto, inoltre, è stato Luigi Quarta, preziosa mano nelle tinte piatte, il che ha concesso a Mauro Gulma di dedicarsi maggiormente alle sfumature, all’effetto quasi pittorico degli sfondi, e al giusto equilibrio tra luci e ombre.

M: Per la scelta dei colori mi son basato più su sensazioni, creando le atmosfere giuste, per i notturni è stato facile, vivendo in zone di campagna mi è bastato uscire fuori e lasciarmi “trasportare” da profumi, suoni e da ciò che mi circonda, mentre nelle parti più “inquietanti” diciamo, essendo cresciuto a pane e horror mi è bastato attingere da quel tipo di influenze dando atmosfere cupe e pesanti, sperando appunto di aver dato quelle sensazioni al lettore, ad esempio nella parte in cui i poliziotti entrano nella casa della monaca.

La trama invece ricorda moltissimo le avvincenti storie che si leggevano negli anni ’90 intrise di mistero e fondate su valori solidi come quello dell’amicizia. Possiamo riscontrare al suo interno un mix fra tradizione e innovazione?

I: Sì, senz’altro. La trama parte proprio dalla “tradizione”, o meglio dal passato. Si basa fondamentalmente su miei ricordi e avventure che avrei voluto vivere da bambina sulla collina teatro delle vicende. Ho sempre ascoltato con curiosità e un po’ di timore le leggende che si narravano, miste alla reale storia reale del luogo (che è ricco di insediamenti archeologici e l’intera zona del Salento è cosparsa da ipogei e grotte, in cui i monaci basiliani seppellivano i loro tesori sacri). Sono sempre stata colpita, inoltre, dall’efferato episodio di cronaca presente tra le suggestioni dei protagonisti di “Sulla collina”, che è avvenuto nel mio paese e ha colpito l’immaginario di molti ragazzi. Sia coloro i quali erano all’epoca bambini e ne sono stati coinvolti direttamente, sia le generazioni del ventennio successivo, come la mia. Inoltre sono presenti numerosi elementi e dettagli relativi agli anni ’80, ma non per una semplice esigenza di ricostruzione. Erano i ricordi vividi della mia infanzia e adolescenza, per cui non mi è stato affatto difficile inserirli e disseminarli nella trama. Non sono citazioni, come alcuni ravvisano, ma memorie (i giochi che si facevano, la musica che si ascoltava, i film che si vedevano). Senza nulla togliere alle citazioni vere e proprie. Stephen King, per esempio, è stato per me un faro della narrativa horror, per cui non è stato difficile lasciarsene influenzare nella trama e omaggiarlo. Anche graficamente… ma in questo Mauro potrebbe svelare di più.

M: A questa domanda può rispondere in maniera più esaustiva Ilaria, per quel che mi riguarda, leggendo la sceneggiatura ho praticamente rivissuto l’adolescenza e i film dell’epoca quali i Goonies, Stand by me e Monster squad tra gli esempi.

A proposito di mistero. Secondo voi esso può rendere il racconto più accattivante e fungere da collante?

I: Credo che il mistero sia fondamentale in una storia come questa. Si basa proprio su delle ambiguità e intrecci che vengono palesati solo alla fine. Anticiparli significherebbe svelare troppo. E’ come una soffitta buia in cui le ombre terrorizzano e fanno temere presenze inquietanti, ma quando arriva il giorno, la luce rivela cosa proiettava quelle ombre e si smette di avere paura lasciando spazio alla razionalità.

M: Penso di sì, anche perché fino alla fine accompagna il lettore nell’arco della storia in un crescendo di eventi coinvolgendolo e magari rendendolo partecipe.

Quali temi fondamentali ritroviamo all’interno del libro?

I: L’amicizia è al primo posto. Poi, senz’altro, le fragilità dell’infanzia e dell’adolescenza e la voglia di sfidarle attraverso prove di coraggio o l’avventura. Poi c’è anche uno dei maggiori crucci dell’uomo adulto… ma non vorrei raccontarvi troppo. Se ciascuno di noi guarda dentro di sé sa già di cosa sto parlando, perché bene o male ognuno  prova “quel” certo timore, che riuscirebbe a sconfiggere vivendo maggiormente il presente e cogliendone ogni attimo con la stessa meraviglia che provava da bambino.

M: I temi principali toccati secondo me sono 3: Avventura, Horror e Thriller amalgamati perfettamente con gli archi temporali presenti nella storia per arrivare poi a ricongiungersi in un punto con finale a sorpresa che possa fungere da morale positiva fiabesca soprattutto ai lettori più grandi.

Spieghiamo a chi non lo conoscesse ancora cos’è un graphic novel?

I: Il graphic novel non è altro che un fumetto. Il termine “romanzo grafico” nasce dall’autore e fumettista statunitense Will Eisner, al quale stava un po’ stretto il concetto di “comics”: fumetti intesi nel senso americano del termine, fondamentalmente seriali e con storie suddivise in puntate brevi. Lui scriveva veri e propri romanzi conclusivi, per cui oggi il termine graphic novel indica una storia che ha un finale, come un romanzo tout court, pur se narrato attraverso il linguaggio del fumetto.

M: Una graphic novel è sostanzialmente un romanzo narrato per immagini che può essere auto-conclusivo o con dei seguiti alla “trono di spade” di George R.R. Martin o “La torre nera” di Stephen King, con l’aggiunta per l’appunto dell’impatto visivo di disegni e colori che regalano al lettore varie emozioni e sensazioni in base alle varie tonalità usate per quanto riguarda i colori e la struttura della tavola per quanto riguarda i disegni.

Come è nata la vostra collaborazione?

I: Conosco Mauro Gulma già da diversi anni e condividiamo le passioni per l’horror e i luoghi suggestivi. Ciononostante la nostra collaborazione è nata per un evento quasi fortuito. La storia ha avuto una lunga gestazione ed era nata, inizialmente, con un diverso “volto grafico”. Per varie vicissitudini le cose sono cambiate ed è stato necessario scegliere un diverso disegnatore. Tra le varie proposte di bravissimi colleghi, quello che aveva il tratto più coerente con la storia era proprio Mauro… il resto… è il risultato che avete tra le vostre mani.

M: Diciam pure che è stato il karma, perchè  sono stato selezionato tra varie proposte di disegnatori. Dico il karma perchè con ilaria condivido la passione per l’horror e il mistero quindi c’è stata sintonia nello sviluppo della storia oltre alle frustate ricevute durante la lavorazione del volume😀

Summer di Elisa Sabatinelli

Summer di Elisa Sabatinelli è una duologia, edita dalla casa editrice Rizzoli, che porta dentro il calore dell’estate. Due i titoli che l’accompagnano: Sulla mia pelle e Dritto al cuore per indicare la potenza evocativa di vivere sempre ogni emozione sotto pelle e mai contro cuore. Perché vedete Elisa, scrittrice raffinata, sensibile e delicata, lascia fluire liberamente le parole all’interno dei suoi romanzi affidando alla protagonista Lavinia il compito di compiere delle scelte che le facciano riscoprire il senso profondo della vita.

Lavinia, affascinante donna cosmopolita e che abita a Barcellona, si vede costretta a ribaltare i piani della sua esistenza dopo aver subito la perdita della madre. Anche lei, colpa forse dei cattivi geni, decide di sottoporsi ad un esame per vedere se le toccherà lo stesso destino inferto alla madre, ma non è tempo per farsi affliggere dalle preoccupazioni, è tempo di godere dell’estate ed allora grazie ad un album ritrovato che custodiva vecchi ricordi di un viaggio fatto in Italia, ella decide di partire e di seguire l’itinerario intrapreso anni fa dalla madre.

L’Italia porta con sè il fascino dell’incredibile e dell’inaspettato, avventure a perdifiato, compagni di viaggio conosciuti per caso che si riveleranno amici, eccitanti incontri che si tramuteranno in momenti da dedicare alla scoperta del piacere ed una rivelazione che cambierà la sua vita per sempre. Ma non pensiate che sia un amore caduto dal cielo, bè forse anche quello, ma è qualcosa di più che di certo non sarò io a svelarvi, toccherà leggere i due romanzi per poter arrivare dritti al cuore della storia che ha il pregio di tenere incollato il lettore fino all’ultimo pagina.

Ciò accade perché Elisa riesce in maniera esemplare a plasmare la scrittura e renderla fruibile in una maniera del tutto naturale puntando sulla bellezza autentica che scaturisce dai nobili sentimenti sparsi qua e là tra le pagine e che la metafora del viaggio, strumento di conoscenza dell’animo umano, rende sublime.

Il viaggio intrapreso da Lavinia, che toccherà fra l’altro sia le sponde dell’Italia che l’amata Europa, servirà come pretesto per riscoprire ciò che di più caro abbiamo, noi stessi, e per far sì che quel senso di smarrimento dovuto all’instabilità di un futuro incerto e a paure che insidiose tolgono il respiro possano ad un tratto scomparire e riportare nuova luce e fiducia nella vita come nei rapporti umani dei quali si parla molto all’interno di Summer.

Quindi leggete Summer ed affidatevi al potere meraviglioso che solo un libro riesce a regalarvi ovvero viaggiare con la mente stando comodamente seduti a casa esplorando luoghi che magari non avete ancora visitato e soprattutto perdetevi ed assaporate il vento della libertà e quel senso di spensieratezza che di questi tempi è cosa rara trovare.

Qui di seguito l’intervista che la scrittrice mi ha genitlmente concesso.

Buona lettura!

elisa sabatinelli

Summer fa parte di una duologia: Sulla mia pelle e Dritto al cuore. Perché dedicarla all’estate?

Credo ci sia un tempo per tutti, un periodo di parentesi che ognuno nella propria vita, a un certo punto, deve prendersi. Non esiste un’età o un periodo specifico. Nel caso di Lavinia lei ha 26 anni ed è estate. In Summer il tempo è importante, diventa un protagonista in più perché Lavinia si dà 100 giorni per ripensare alla sua vita. L’estate segna in qualche modo le sue decisioni, lei deve fare il conto con il tempo che scorre, che si consuma. C’è un tempo dettato oltre il quale lei non può e non vuole andare oltre, ed è l’estate. Deve vivere questo tempo al massimo perché poi non sa che cosa la aspetta.

Il grande pregio di Summer è quello di coinvolgere sin da subito il lettore. Come definiresti la tua scrittura?

Mi piace molto il ritmo nella narrazione, costruire le frasi in base a una sonorità, catapultare il lettore nella scena. La scrittura per me è tradurre in parole un movimento che accade dentro la mia testa e di cui vedo tutto: come sono vestiti i personaggi, dove sono, che cosa c’è dentro quella scena. In questo mi ha aiutato tanto aver studiato sceneggiatura e fotografia, pensare e raccontare per immagini. L’importanza della costruzione di una scena anche scenograficamente, esteticamente, come se narrassi dei frame che nella mia testa sono chiarissimi. Questo aiuta molto a non perdere il focus della scena, ad asciugare le frasi concentrandosi sul percorso del personaggio come se una telecamera lo seguisse.

La voglia di spensieratezza che si avverte per tutto quanto il periodo di lettura scaturisce dal senso precario della malattia. Come si affronta secondo te il dolore causato da una perdita?

Una perdita mette in discussione molti aspetti della vita, se non tutta la vita. Crea uno squarcio all’interno che sembra impossibile da sanare. E probabilmente è così, non si guarisce da una perdita, ma la si può trasformare in fortezza, la si può rivoltare. Nel caso di Lavinia il dolore si trasforma in rifiuto, nel rifiuto di volerlo affrontare, nella convinzione che scappare fisicamente dalla città in cui ha subito la perdita la possa guarire. Lei sente il bisogno di mettere una distanza, di tracciare una riga tra sé e il dolore; è come se chiudesse il dolore in un recinto e gli dicesse “ora tu rimani qui, io devo fare altro, devo pensare a me.” Questo pensiero la aiuta a vivere il presente, a pensare al futuro.

Il tema del viaggio è la costante gioiosa di questi due libri: Barcellona e un tour per l’Italia e l’Europa. Che valore attribuiamo al viaggio?

Nel caso di Lavinia il viaggio si trasforma in una bolla temporale in cui lei fa accadere di tutto, come se iniziasse una nuova vita, come se quel viaggio fosse una dimensione a parte in cui tutto è permesso. La libertà che da qui ne scaturisce deriva dal fatto che non ci sono conseguenze per lei, tutto inizia e finisce dentro al viaggio, senza ripercussioni nel futuro, senza curarsi del prima e del dopo. Semplicemente vivendo perché quello è il suo viaggio, il suo tempo, una parentesi ristretta in cui l’imperativo è vivere, quasi come se fosse un’altra persona. Alla fine il viaggio che Lavinia compie si rivelerà un percorso di trasformazione, un cammino di crescita.

Soffermiamoci adesso sul quel sentimento chiamato amore. Credi che spesso gli si attribuisca una pesantezza di fondo tanto da desiderare un’evasione come fa Lavinia la protagonista?

Io credo che Lavinia scappi da se stessa, è lei e il suo corpo al centro della storia. Tutto il resto viene dopo. E questo è molto importante, prima delle relazioni con gli altri, prima dell’amore, c’è lei. Io credo che questo debba sempre essere così. Pensare o ripensare alla propria vita come individuo singolo prima che in coppia. Lavinia vorrebbe uscire fuori dal suo corpo, cambiare pelle come un serpente. L’amore invece lo troverà, sotto diverse forme e con differenti intensità lungo questo percorso. In generale credo che l’amore sia l’opposto della pesantezza. L’amore è leggero, ti fa volare, ti distacca dalla realtà, ti fa sembrare rosa il nero, ti fa andare bene una cosa che non va bene, e così via.

Appunto Lavinia. Chi è questa ragazza così innamorata della vita?

Mi piacerebbe che Lavinia non fosse solo una donna, ma più persone, che ogni lettrice si sentisse immedesimata in lei o volesse essere lei anche solo per una frazione di secondo, per un incontro, per una sensazione. Lavinia è la positività, la rinascita, la spinta in avanti. Un’attitudine verso la vita.

La componente affascinante e fantasiosa legata a mio avviso all’album della madre ritrovato quanto conta nella stesura di un romanzo?

Gli oggetti sono fondamentali perché sono materiali, sono veri, si possono toccare e quindi sono facili da immaginare. In Summer a ogni oggetto ho attribuito uno stato d’animo, un sentimento. L’album è sua madre, l’essenza di lei che si porta dietro nel viaggio. Il violino è una zavorra, l’ancoraggio al passato, qualcosa che vorrebbe dimenticare. Tutti gli oggetti che lei collezionerà nel suo cammino hanno una funzione “altra”, sono il filo rosso del viaggio e se li mettessimo uno dietro l’altro su uno scaffale ci racconterebbero per immagini il lungo viaggio che la protagonista compie.

C’era una volta un passero di Alejandra Costamagna

Copia di Passero_ebook

Quando un figlio subisce la separazione dei genitori avviene una frattura insanabile all’interno della propria famiglia d’origine e fra motivazioni più o meno plausibili e manifestazioni d’affetto che tendono a coprire una notevole mancanza, l’unica sensazione che si prova è quella di una profonda solitudine.

Questo è ciò che vive Jani, adolescente protagonista di “C’era una volta un passero”, libro edito dalla casa editrice Edicola e scritto da Alejandra Costamagna, una grandissima scrittrice cilena, nel quale le sensazioni che bruciano nell’animo, come se fossero a carne viva, non sono facilmente esternabili a parole:

“Un deserto amaro che arriva fino alle corde vocali” – sostiene Jani

I genitori, esseri umani con le loro imperfezioni e contraddizioni, minano infatti la quiete apparente di questa casa e quella notte Jani sente la paura divorarle dentro: scariche di mitra, vetri rotti, odore di spari e un padre che viene portato via, in un carcere, e fra lo sgomento e l’incredulità essi comprendono di essere diventati i parenti di un detenuto.

Lettere che giungono copiose si rivelano annunciatrici di tristi notizie e restano nel frattempo l’unico strumento che legittima l’attesa di un ritorno che forse non avverrà mai più. La famiglia è oramai fortemente intrisa di dolore e man mano anche questo dolore verrà trasformato in rassegnazione e nella costruzione di una nuova famiglia che la madre, incurante del parere delle figlie, si sente in dovere di ricreare perché forte è il peso di questa solitudine.

Sono gli anni del processo militare in Argentina e in Cile dove ogni dissidente politico viene arrestato senza possibilità di far ritorno a casa e ciò che Alejandra Costamagna riesce a descrivere con assoluta maestria è quella tensione emotiva, carica di pathos, che non si esplica a parole profuse in quantità ma è quasi omessa, muta, silenziosa, da rintracciare in quei pochi accorati sfoghi che Jani riesce ad esternare con domande che spesso non trovano risposta, con quegli sguardi carichi di malinconia e quella mano immaginaria, tesa e rivolta verso il cielo che implora il ritorno a casa del padre.

Così in un’atmosfera sospesa s’impara a convivere con il dolore e a capire che spesso la vita assume sembianze incomprensibili razionalmente e l’unico modo per rivolgere lo sguardo al futuro è far pace con mente e cuore affinché si possa imparare a vivere e a ricongiungerci con quella parte mancante di noi stessi che ci fa comprendere di essere figli, di voler restare aggrappati al nido nonostante la vita c’imponga di fare diversamente e di non esser ancora pronti per diventare adulti anche se là fuori c’è un mondo che ci aspetta.

In questo prezioso libriccino, intessuto di sensibilità e crudo realismo, si esplica il puro talento di Alejandra Costamagna che ha saputo dar voce ai sentimenti nella speranza di far comunicare le persone fra loro, troppo spesso caratterizzate da non detti che formano voragini e che alimentano un problema largamente diffuso al giorno d’oggi che è quello dell’incomunicabilità e della totale assenza di dialogo.

Leggiamo quindi “C’era una volta un passero” per capire che a volte un’emozione può disvelare un universo bellissimo che se condiviso può abbracciare le nostre solitudini ed alleggerirne il peso. 

Qui di seguito l’intervista che la scrittrice mi ha gentilmente concesso.

Buona lettura!

A.Costamagna

C’era una volta un passero è un titolo dal significato allegorico. Che messaggio vuole comunicare?

Il titolo cita una frase della scrittrice brasiliana Clarice Lispector. Lei raccontava che quando i suoi figli le chiesero perché non scriveva storie più tradizionali, con finali più felici, promise loro che ci avrebbe provato. E questo fu il risultato: “C’era una volta un passero. Dio mio”. Questo fu tutto quello che Lispector riuscì a scrivere. Ho scelto la prima parte di quella frase per il titolo di questo libro, non perché non creda nelle storie con un finale felice. O non solamente, per la precisione. Ma perché penso che nel silenzio che si produce tra l’annuncio della storia del passero e l’esclamazione di sconfitta (“Dio mio”) sono condensate le mie idee sulla scrittura. Perché quel punto fermo nella frase di Clarice Lispector (quello che divide l’inizio promettente dal finale aperto) ci porta a immaginare un universo infinito di possibilità. Come scrivere da quel piccolo silenzio armato di esperienze, idee e ricordi propri e altrui? Mi piace l’dea che l’aspettativa di raccontare una storia nel modo classico del “c’era una volta” poi si disarmi e atterri nel volo di un passero fiero. Più che comunicare un messaggio, quindi, quello che mi interessa è aprire un cammino di letture possibili per il libro.

Fra le righe si scorge l’allarmante periodo storico vissuto in quegli anni. Come mai la scelta di parlare proprio di quel periodo?

Quel periodo, quello degli anni ’70 in Chile, corrisponde a quello della mia infanzia. Questi non sono racconti autobiografici, ma raccolgono una tempra e un’atmosfera d’epoca precise. Se le protagoniste sono nate in quelli anni e riportano alla memoria episodi della loro infanzia, è inevitabile che i loro racconti siano attraversati dal contesto della dittatura. Mentre sperimentano rotture nella loro vita familiare, “dentro le mura”, vanno rivelando anche una rottura esterna; lo sgretolarsi di una società completa. Vale a dire, il periodo storico va mano nella mano con il momento personale dei personaggi. Qui, la macrostoria si fonde o dialoga con la microstoria. Mi interessava mettere a fuoco quell’angolo: quello delle risonanze della Storia con la maiuscola negli spazi dell’intimità e del quotidiano.

Quello di Jani è un racconto sofferto, ma nel suo silenzio obbligato traspare malinconia e smarrimento. Lei crede che i figli subiscano spesso in maniera passiva il comportamento errato dei genitori?

Il silenzio al quale si affrontano queste figlie le porta a intensificare la propria curiosità. Loro non son qui per giudicare né per regolare i conti con i loro genitori, ma per cercare un linguaggio personale che permetta loro di raccontarsi. Smettere di essere ricettivi e trasformarsi in soggetti attivi nella loro storia. Non le vedo in un ruolo passivo, ma al contrario: loro sono qui per attivare il loro presente di narrazione.

La madre rinuncia al marito per ovvi motivi e intraprende una relazione con Lucas che sembra restituirle una certa quiete. Non avrebbe potuto fare altrimenti ovvero cercare di tenere unita la famiglia?

Senza dubbio, le possibilità che ha la madre sono molteplici. Ma nel racconto non tento di giudicare la sua scelta, ma piuttosto a mettere a fuoco le conseguenze nello spazio intimo che hanno le diverse decisioni che prendono i personaggi. Io stessa non so come avrei agito se fossi stata al posto della madre. Quando decidiamo per qualcosa, perdiamo sempre, lasciamo qualcosa fuori. Il punto è farsi carico di quelle perdite.

Com’è cambiato il concetto di libertà negli anni?

Durante gli anni della dittatura si cercò di recuperare una libertà politica che era stata censurata. Ma una volta che arrivò la democrazia e si aprirono gli spazi di partecipazione cittadina, il concetto di libertà iniziò a essere abusato e presto sperimentò una sorta di privatizzazione. La libertà di offerta e domanda, la libertà di mercato, alla fine dei conti, hanno distorto un po’ il termine. E la sua connotazione economica tende a imporsi sull’uguaglianza di diritti, sull’equità e altri valori di oggi.

Definiamo il libro con tre aggettivi.

Silenzioso, improvviso, memore.

Perché leggere C’era una volta un passero?

Non so se questa risposta possa darla io.

Doppio ritratto di Cinzia Giorgio

doppio ritratto

Chiara Santiluti riceve l’incarico di restaurare il famoso dipinto di Raffaello Sanzio, Doppio Ritratto, sconosciuto ai più e situato presso il Museo del Louvre a Parigi. Quello che le è stato affidato è un incarico prestigioso, ma ancora più affascinante è la storia che si cela dietro alla tela che cattura l’interesse e che è caratterizzata da un certo alone di mistero. Documenti attestano la parentela di sangue con il geniale pittore.

Sarà vero?

“Doppio ritratto” edito dalla casa editrice Aliberti, appartenente alla categoria Love e scritto in maniera attenta e ricercata dalla raffinatissima penna di Cinzia Giorgio, è un romanzo delizioso che ci permette di compiere un viaggio a ritroso fra passato e presente e che ha in sè la riscoperta della bellezza legata al mondo dell’arte in genere e della pittura in particolare.

L’aver sapientemente saputo unire due ambiti del sapere, come quello dell’arte e della letteratura,  ha dato un valore aggiunto al romanzo che possiede tutte le caratteristiche per essere considerato un vero gioiellino della letteratura italiana.

Sotto forma di racconto breve, l’autrice ci invita a svolgere un fantasioso viaggio, intriso di passione e sentimento, che ci conduce verso un passato ricco di storia e cultura e che ci permette di riconoscere la bellezza di un periodo storico a noi molto caro come quello del Rinascimento italiano nel quale si sono succeduti artisti il quale genio è rimasto tutt’ora incomparabile: Leonardo, Michelangelo, Giorgio Vasari, Leon Battista Alberti e lo stesso Raffaello hanno reso, con le loro opere, un tributo speciale all’Italia, paese che tutto il mondo ci invidia.

Grazie a questa preziosa eredità lasciata da questi illustri predecessori e che ha ispirato “Doppio ritratto” è possibile ricominciare ad amare il bello e ritonare a scorgere meraviglie, che spesso sono insite là dove non osiamo nemmeno immaginare, e ricominciare ad apprezzarle per arricchire corpo e mente.

Qui di seguito l’intervista che la scrittrice mi ha gentilmente concesso.

Buona lettura!

cinzia giorgio

Com’è nata l’idea di unire due tipi di saperi, come l’arte e la letteratura, all’interno del romanzo?

Mi sono laureata in Storia del Rinascimento con un professore poliedrico che ha trasmesso a noi studenti il valore della contaminazione. A mio avviso, l’arte e la letteratura non sono due entità astratte e autonome. Uno scrittore e un artista si abbeverano entrambi alla stessa fonte: il sapere. Nel Rinascimento non era raro leggere trattati scientifici e poesie stupende scritte da grandi artisti, come Leonardo e Michelangelo.

Su quali fonti storiche ti sei documentata?

Le fonti storiche su Raffaello Sanzio abbondano e talvolta sono contraddittorie. Considerato dai suoi contemporanei (e non solo) un dio della pittura, Raffaello era venerato da donne e uomini ma aveva anche molti detrattori. La difficoltà maggiore è stata analizzare le diverse versioni di alcuni episodi che hanno caratterizzato la sua breve vita. Mi sono documentata principalmente in biblioteche e archivi, ma anche consultando le vite del Vasari.

C’è stato un tour da te intrapreso che ti ha portata realmente a viaggiare da Roma a Parigi per far sì che il romanzo risultasse ricco di particolari narrativi precisi?

Sì. Sono partita dalla città natale di Raffaello Sanzio, Urbino, per poi approdare nella superba Firenze, dove l’artista ha vissuto per qualche tempo. Roma e Parigi sono due città che amo moltissimo. Nella prima ci vivo e quindi seguire l’itinerario dell’urbinate è stato più semplice. Mi reco spesso a Parigi per lavoro e il Louvre è una tappa fissa. Tutte queste meravigliose città hanno biblioteche, archivi e un patrimonio artistico immenso e sono per me continua fonte di ispirazione.

Quali temi predominano nella narrazione?

Direi l’amore in tutte le sue declinazioni: l’amore per l’arte, per la vita, per la famiglia, per il sapere. La passione muove tutti i personaggi del romanzo e indica loro la via da seguire, che non sempre è la più facile. Anzi.

Perché scegli di ambientare il romanzo fra passato e presente?

È una mia caratteristica o forse una deformazione professionale, essendo io nata come storica del Rinascimento. Mi piace trasportare il lettore attraverso i secoli, al di là della pura cronaca descritta nei manuali di storia.

Il Rinascimento è un periodo artistico che ami particolarmente?

Lo adoro. Durante un periodo relativamente breve, in Italia abbiamo avuto una concentrazione di menti geniali e poliedriche. Una sinergia di arte, bellezza e creatività destinata a non ripetersi mai più, temo. Non nego anche la crudeltà di quel momento storico, sia chiaro, ma ciò che il Rinascimento italiano ha prodotto è stato ben più di ciò che appare.

Credi che ci sia bisogno di sperimentare un nuovo concetto di bellezza?

Non saprei. Per me la bellezza è vita, verità e coraggio. Potrei risponderti con le parole del poeta inglese John Keats: Beauty is truth, truth beauty, -that is all/ Ye know on earth, and all ye need to know, (Bellezza è verità, verità è bellezza – questo solo/ sulla Terra sapete, ed è quanto basta – Ode on a Grecian Urn, 1819-20).

 

%d blogger cliccano Mi Piace per questo: